Questo incessante mare che accanto a te si muove ti fa sobbalzare. Gli occhi si chiudono alla r...

Un tuffo e uno specchio rotto Un tuffo e uno specchio rotto

Un tuffo e uno specchio rotto

Un tuffo e uno specchio rotto

Iaki Pedersen

Questo incessante mare che accanto a te si muove ti fa sobbalzare. Gli occhi si chiudono alla ricerca di immedesimazione. Un'ostinata corsa che diventa voglia di perdersi tra le piccole increspature bianche, tra il blu profondo dell'abisso. Hai provato a nascondere i tuoi pensieri, a farli incantare dall'andirivieni dell'acqua.
Quando vedi quell'orizzonte che si espande davanti a te vorresti solo avere la forza dello slancio. Catturare quel punto di terra che vedi lontano, come facevi un tempo. Come quando sognare era l'anticamera dell'obiettivo da raggiungere. Ora, solo un fastidio. Perché quando desideri la frustrazione ti assale e niente lacrime, niente dolore.

Aveva un'andatura imperscrutabile. Le sue mani nascoste dentro al cappotto, gli occhi incerti e poi soldati pronti a eseguire gli ordini per camuffare i pensieri. Aveva gambe incapaci di lunghi passi e voce silenziosa. Ti sentivi assoggettato a lui, tutti erano saliti sul treno, nessuno sulla banchina. Solo il vento di chi parte, solo l'aria che si muove e ti ricorda che sei l'unico fermo. Quante lacrime bruciate, quanto dolore sputtanato. Vorresti tornare indietro e preservarti, dare un senso a una nuova sceneggiatura. Ma in un attimo è primavera e tu cadi in letargo. Un orologio con un'ora in meno, sbagli e non tieni il tempo. Non fai quello che lui vorrebbe da te, perché non ne sei capace, perché ti sei perso in mille ruoli. Scatole chiuse una nell'altra, un labirinto in uno spazio angusto.

Ti dicevano di non fermarti. Se i piedi smettono di camminare non sapranno più dove andare. Ma ora sei lì. Una sigaretta che brucia pigra. In un attimo quell'ultima luce della sera ti bacia, delicata. Il cuore si interrompe dove iniziano a muoversi le mani. Il panorama invidioso annichilisce e tu sei l'immenso tralucere di bagliore. Un sole, un inverno nel petto. Un improvviso e insperato calore. Perché non sapevi d'esser bello, perché solo ogni tanto sapevi di essere vivo. Ti togli la maglietta, i pantaloni. Gli slip incollati alla pelle producono un rumore che è libertà, che è passione ritrovata verso te stesso. Sentirti nudo, vederti nudo. Tutto è nuovo, ma è incredibilmente rassicurante. Ti esponi al mondo, ripeti a te stesso che i piedi hanno il diritto di fermarsi per vedere nuovi orizzonti, per scoprire nuove terre.

Ti stringi il petto tra le braccia, questa ritrovata nudità ti imbarazza e ti elettrizza. Ti senti come un guerriero che sa lottare senza armatura, uno di quelli che ha braccia e gambe forti, ma che l'aveva scordato perso da come gli altri l'avevano dipinto. E coi polpastrelli sfiori i peli vicino ai capezzoli, stringi, ti fai male e mordi le labbra. Una mano sfiora le gambe, la pelle sente una presenza nuova, reagisce e diventa ruvida ma accogliente. Vorresti sdraiarti su questo mare come fosse un letto, lasciarti cullare un po' mentre esplori un corpo che era estraneo, a cui avevano impedito di affermarsi. Quando vedi il tuo riflesso capisci che quegli anni duri sono lì, tra i fianchi morbidi di nostalgia e i piedi incerti. Un tuffo. Lo specchio si è rotto. Nessuna ferita inflitta ora che sei tornato a crederci.
11 III '15